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Dicembre 6, 2018Diario del tempo - parliamone 3
Lucia Calamaro: diario del tempo, l’epopea quotidiana.
Il nostro presente è talmente difficile da raccontare che, quando improvvisamente incontri per miracolosa sincronicità, o anche grazia laica o divina che sia, qualcuno in grado di farlo, puoi restare stordita per giorni. Eppure io mi curo della bellezza, sopravvivo grazie ad essa, leggo tanto, scrivo ogni giorno, frequento esseri altamente raziocinanti, vado al cinema e al teatro anche da sola il pomeriggio, dopo la laurea in Filosofia ho fatto il Centro Sperimentale, sono un arteterapeuta e quasi un costellatore, viaggio spesso in altri continenti… Solo per dire che non mi è così facile esaltarmi o sorprendermi, invece lei c’è riuscita, e raccontandomi quello che conosco meglio: me. Lucia Calamaro ha dato voce al nostro tempo, ai nostri anni, a tutto quello che non si riesce a raccontare nell’arte perché non hai mai saputo spiegarlo a tua nonna al telefono, non sai riassumerlo per tua madre e tuo padre, e a volte perfino ai tuoi amici più intimi, perché ormai fai talmente fatica a non dare il peggio per scontato che ti sei persa le parole giuste. E invece qualcuno le conosce e non si vergogna di frammentarle a termini che pensavi rimossi totalmente dall’immaginario collettivo come “teleologia”. E’ così commovente, non so come altro dire, è così incredibilmente commovente che qualcuno che ha la mia età, mi abbia da subito (un paio di anni fa) sparato nel cuore con il suo “L’origine del mondo” che mi ha raccontato meglio di quanto ricordassi la mia stessa infanzia malata, insalubre, quasi altoborghese, intellettuale, ironica, anaffettiva, la mia relazione folle con la mia folle disperatamente amata madre, i disturbi alimentari come le bulimie linguistiche, l’affamata ricerca di un linguaggio che distillasse un’altissima qualità di contenuti cerebrali a trapanare il cuore faticando sempre, inevitabilmente, con inesausta ineluttabile coerenza a rendersi vita. Tanto che, piano piano, sottraendola al linguaggio che non sia quello scambiato con la tua terapeuta, che quella vita esistesse quasi non ci credi più. E invece arriva lei, meravigliosa e spietata Lucia a dirti che invece hai fatto bene a resistere, che l’inganno era dare retta a quella raggelata impotenza perché era vero il contrario, per quanto sgangherata e afasica la tua vita invece esisteva e che non eri nemmeno sola. Già questo vale le sue quasi tre ore di straparole che non annoiano un solo istante, come se, una volta liberate, le voci dei tre straordinari attori Federica Santoro, Roberto Rustioni e Lucia Calamaro stessa, non potessero più smettere e inondassero con sadica autoreferenzialità un pubblico invece sempre più coinvolto e ipnotizzato, timidamente identificato. E tu esci da lì con la gioia misteriosa del colpo di fulmine, che non sai più se sia diretto a loro o alla tua improvvisa riconquista d’identità che è lì, intatta tra i bandi, i cactus rinsecchiti, le relazioni indefinibili, la filosofia a fumetti, il lavoro che non sai quello sì se esiste davvero ancora, presso qualcuno, da qualche parte, ma almeno sai che non sei più la sola a non saperlo. Che esiste il tuo tempo sfilacciato indefinito e nebuloso ma palpitante, esistono le capacità intellettuali che se non altro hanno la capacità di far sorridere tutti noi quarantacinquenni smarriti, vestiti e griffati di tardo adolescenza, tempie sale e pepe e ricrescita frettolosa a centro testa, controproducentemente iperdotati e iperpreparati, socialmente quasi inutili, che non abbiamo nemmeno tentato di insegnare all’università, pensando ingenuamente che comunque se sei bravo ce la fai, massì perfino a fare l’artista, certo, e ne abbiamo prese di botte, ce ne siamo inghiottite di delusioni spaventose, e ci dispiace un po’ che malgrado tanta fatica quasi nessuno sappia come ci chiamiamo, ma continuiamo comunque a provare senza arrenderci, perché altro proprio non sapremmo fare.
