Venezia 2014
Dicembre 6, 2018Letture leggere 3
Dicembre 6, 2018Letture leggere 2
“Storie in modo quasi classico” di Harold Brodkey, edizioni Fandango, pag.862 si è rivelato una nuova eccellente compagnia estiva, se non fosse per il fatto che mi ha sfondato già un paio di borse di paglia. Avevo letto di lui una definizione talmente contraddittoria in termini, da spingermi ad avventurarmi nella folla dei racconti proposti: “il Proust americano”. Notevole sicuramente lo sforzo mnemonico, l’intrisione di autobiografismo che lo fa dichiarare: “C’è molto di me nel bambino dei racconti. Per esempio, ricordo che una volta, qualche tempo dopo il mio ritorno in seno alla famiglia adottiva, una sera, al rientro di mio padre, pensando di stupirlo o di farlo contento o non so cosa –avevo solo cinque anni allora- gli lessi un’intera pagina di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. Lui non mostrò particolari reazioni, ma mia madre, più tardi, mi disse: ‘l’hai fatto di nuovo! Ma perché non cerchi di star zitto, e non ti accontenti di fare il bambino? Perché continui a spaventarlo con la tua intelligenza?… quello che mi conforta è sapere che i critici, se mai si occuperanno ancora di me dopo la mia morte, avranno un bel daffare a separare i fatti della mia vita da quanto succede nella mia opera’” (pag.862). Certo non credo di aver mai incontrato uno scrittore tanto ossessionato dalla genitorialità, specie se carente, discussa, complessa, difettosa, malata. Adozioni malriuscite, mamme malate di cancro, padri narcisi, questo benedetto bacio della buonanotte che tarda sempre ad arrivare e la cui mancanza sembra costituire una delle colonne portanti dei narratori più validi, una sorta di difetto costituzionale che va a creare una camera d’aria contro la realtà circostante, una bolla dalle pareti sottilissime ma tenaci, che permettono alla scrittura di esistere, di ossigenarsi. Folgorante la citazione di quarta di copertina: “Io sono di quelli che sopravvivono” perché, a quanto pare, “La vita è invivibile, eppure la viviamo”, cercando di controllare un travaglio della mente che “riempie l’emotività di lividi e di punture”. Un disperato bisogno di appartenenza, di riconoscimento, doloroso, costante, che conduce sul filo di lana la percezione stessa della propria esistenza, il disagio costante di essere al mondo senza avere la certezza di averne il diritto e lo sforzo titanico di non perdere di quel mondo nemmeno un dettaglio abbagliante. Imperdibili le sinestesie…l’ombra fragrante del legno di una veranda, l’odore leggermente acido della casa: sapone e legno – un odore agreste. Il busto di mia madre in un abito stampato a fiori….un misto di freddo e di caldo che è come la sensazione della lingua di un gatto. Con un’acrobazia forse inopportuna del pensiero mi viene da paragonare la chiusura di queste pagine alla lettura de “Il cardellino”, probabilmente non c’entra nulla ma ha un sapore che vi assomiglia, il filtro di una grana rarefatta, fragile stalagmite eretta su di un lutto costituzionale che diventa restituzione di particolari inediti, luminosi chiaroscuri, esperienza estetica raffinata, rivisitazione del ricordo come invenzione salvifica. E la chiamano estate, mi rendo conto.
