Una bambina ha eletto Ryunio il suo libro preferito
Dicembre 6, 2018Arene 3
Dicembre 6, 2018Letture leggere
“Vivere, pensare, guardare” di Siri Hustvedt, edizioni Einaudi 2014, pagine 301 -molto fitte- è una di quelle che io definisco una “leggera lettura estiva”. Sarà perché l’estate la testa mi si svuota e mi viene voglia di affrontare tomi che stagioni più austere non mi lascerebbero nemmeno intravedere, o anche perché ho più libertà mentale di fare scoperte inedite. Ho scoperto questa straordinaria autrice, ingiustamente celebre soprattutto in quanto moglie di Paul Auster, meno famosa e a mio parere infinitamente più sottile e ricercata, solo un paio d’anni fa, grazie ai consigli di un’amica esperta libraia. Dopo averne tracannato i romanzi, dei quali ricordo sopra tutti –ma sono pochi- “Quello che ho amato”, ho scoperto questa indefinibile raccolta di saggi, memorie, stralci, citazioni, visioni, esperienze, racconti, che si situa al delicato crocevia tra letteratura, psicologia, psicoanalisi, arte, neuroscienze, memoria e percezione del reale, territorio che pochi sanno gestire con eleganza, quasi nessuno in Italia –mi viene in mente Elvio Fachinelli- e che può far pensare in qualche stralcio ad Hillman, come al da lei citato Oliver Sacks. Per intenderci: “…in teoria un autore può inventare un romanzo un qualunque cosa, e tuttavia non lo fa. E’ come se la fabula fosse già lì, in attesa di essere laboriosamente disseppellita o improvvisamente liberata dai lacci della memoria…quando scrivo, mi vedo in testa delle immagini, sento il ritmo delle mie frasi, delle aspettative temporali incarnate, e mi lascio guidare dall’istinto, avvertendo visceralmente cosa è giusto o sbagliato, una sensazione non diversa da quella che ho vissuto come paziente in psicoterapia” (pag.164).
Così, per uno di quei prevedibili miracoli italiani per cui un autore assolutamente fuori genere viene pubblicato fondamentalmente perché straniero, mi sono trovata a deliziarmi con una carrellata di riflessioni personalissime e insieme universali sulla scrittura, sulla creazione, sulle emozioni e i desideri, dettate da una penna che dichiara: “Questa sensazione d vicinanza allo spettro informe, all’Ambiguità, è ciò che desidero di più. Ciò che voglio mettere in un libro, ciò che spero il lettore percepisca. E poiché è al contempo una cosa e una non-cosa, il lettore dovrà trovarla non solo in quello che ho scritto ma anche in quello che non ho scritto” (pag. 20). Siri Hustvedt è riuscita così ad appassionarmi alle sue emicranie come alla sua visione del romanziere, alla relazione con suo padre, alla relazione con il ricordo, all’idea di lettura come ascolto creativo, al gradimento di un’opera d’arte come riconoscimento di una zona inconscia di me, perché anche io, come tutti, “guardo e qualche volta vedo”, consapevole che “…essere disponibili ad abbandonare il proprio punto di vista significa aprirsi ad altri che sono guidati da una serie di idee non familiari. Significa intrattenere una radicale e spiazzante, se non addirittura terrificante, forma d’intersoggettività. Significa anche che per quanto felice uno possa essere tra i pochi residenti di una determinata isola, quel fazzoletto di terra non è il mondo intero”.
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