Arene 4
Dicembre 6, 2018Letture leggere 2
Dicembre 6, 2018Venezia 2014
Non tornavo alla Mostra del Cinema di Venezia dal 1999, anno in cui, con Mariano Lamberti, presentammo il nostro film “Non con un bang”, scritto a quattro mani e diretto da lui. Era stata una mostra eccezionale, che ci aveva benedetto con la coesistenza dei nostri miti personali: Jane Campion di “Holy Smoke” per me, il Kubrick di “Eyes wide shut” per lui ma insomma, entrambi per entrambi. Una casa come sempre divisa in troppi quasiamici, troppi fraintendimenti di amori sbagliati tra le mura adorne delle maschere di chi aveva creato, per capriccio del destino o del karma, proprio le maschere del capolavoro di Kubrick, capolavoro almeno per me. Un “premio opera prima” di 150 milioni allora persi solo per un voto, critiche ferocissime tra qualche illustre osanna e la sensazione di una ferita se non indelebile, quasi. Sono mancata per 15 anni pensando di perdere chissà cosa e invece, con la grazia dei 46 anni, mi sono accorta che non avevo perso nulla, che avevo fatto bene a continuare a vivere, scrivere, viaggiare, lontano dalla festa e che era proprio questo a rendermi più simile agli idoli di allora ma anche un po’ di oggi, non il contrario. Un’atmosfera triste da fiera paesana, scenografie di stampo rumeno con rispetto per la Romania, panini disgustosi e carissimi, biglietti difficili anche solo da acquistare secondo tradizionali illogiche italiane preperestroika (esempio: la mattina proiezioni blindate solo per stampa e accrediti, non posso accedere nemmeno a sala vuota pagando tanto, bah). Film tristi, violenti, noiosi, molti dei quali anche un po’ inutili. Una carezza sul cuore il Leopardi di Mario Martone, uno degli illustri osannatori del nostro Bang all’epoca, anch’esso irriverentemente ispirato a Leopardi. La sensazione rinnovata di essere un outsider ma non accantonato bensì felice. Dunque viva “Il giovane favoloso” anche se davvero, soprattutto all’inizio ci regala tratti banali da fiction tv, seppur di livello. Grazie per il coraggio di ridare dignità al dolore difficile, alla poesia che seppur teme la retorica continua ad autoconvalidarsi, agli affetti senza nome, alla cura del dettaglio, del costume, della fotografia, fino all’ultimo lapillo esploso. Se non altro rispetto a prodotti come “Near Death experience” che mostra un esangue Michel Houellebeq tentare di uccidersi per tutto il film e poi riuscirci nell’ultimo fotogramma… ma se non fosse stato per la sua presenza questa pellicola sarebbe mai stata selezionata? Un film strappato di corsa prima di partire mi lascia in bocca un vago sapore di Scandinavia, lentezze imperdonabili, un guazzabuglio di atrocità contemporanee e non in salsa surreale e qualche inquadratura curatissima, ma soprattutto, a me che ingurgito documentari in curdo senza fiatare, troppi troppi sbadigli, ma non solo a me, che la sala si svuota rapidamente prima della fine. Era il Leone d’oro. I vaporetti costano 7 euro anche per una sola fermata. Che bello essere diventata grande.
