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Dicembre 6, 2018Gli ipocriti
Dicembre 6, 2018Le cose come sono Hervè clerc
Ho comprato “Le cose come sono” di Hervé Clerc per le tante citazioni che fa di lui Carrère ne “Il regno”. Mi piaceva l’idea di due amici, letterati che discorrono insieme e separatamente di grandi temi religiosi, chi dalla parte del cattolicesimo chi del buddismo. Il pianeta intero ha così tanto bisogno di questo tipo di dialoghi sereni e profondi, divulgativi e istruiti. Anticipando il finale… Clerc non abbraccia definitivamente il buddismo, lo studia, lo conosce, lo ama e lo diffonde, ma si definisce “un buddhista parziale” che “…ne prende un po’ e ne lascia molto”. “Ogni giorno uccido un poco il Buddha che è in me per arrivare alla libertà gloriosa di cui parla. Abbatto gli alberi che mi nascondono la foresta. Ma, stranamente, per ognuno che abbatto ne rispuntano due…”.
Il Buddhismo di cui parla è volutamente aspecifico “…non è religioso né ateo, ma neppure agnostico. Non è tibetano, giapponese o cinese….” non contempla alcuna pratica concreta ma vuole elargire “indicazioni per chiarire la condotta spesso problematica della vita, alcuni mattoni per ricostruire una casa comune”. Tra i mattoni fondamentali viene narrato il concetto di samsara come “nevrosi dell’universo” perché infinita ripetizione e in mezzo a questo circolo la possibilità di attingere alla “via di mezzo”, ovvero alla percezione delle cose come sono e regolarvi il proprio comportamento, la propria visione della vita. Celebra il valore dell’esperienza, sottolineando come un buddista crea a quello che vede, poiché il mondo non si “spegne soggettivamente” nella mente del Risvegliato, ma svela la sua intima essenza. Ci ricorda che il luogo senza nascita né vecchiaia né morte risiede proprio qui, nei nostri corpi mortali, “nei nostri paesi e nei mestieri che ci appartengono”. Ci invita alla ricerca della libertà, della duttilità e della compassione e al padroneggiamento della propria mente, che determina le condizioni della vita stessa.
L’etica di un buddista lo vede battersi “come se i suoi capelli avessero preso fuoco” ma allo stesso tempo senza mai affrettarsi, sa fare di se stesso un’isola pur occupandosi del mondo, al quale si rivolge senza avidità, consapevole che “chi prende tutto perde tutto” al dunque. L’indicazione è “lottate senza lamenti né indolenza, senza distrazione né confusione, senza arrendersi, mai, tenete il filo…”. Clerc ama particolamente i paradossi del buddismo, addentrandosi anche in meandri teorici sottili come il concetto di “dukkha” e “la dottrina dei khanda” -che meritano diretta lettura- ed elenca con soddisfazione e sapienza parabole e fondamenti che illustrano la relazione tra verità e illusione, chiariscono la natura dell’impegno, la legge del karma e della cosiddetta “guarigione”. Come chi estrae la freccia dal corpo di un uomo ferito invece di interrogarsi vanamente sulla natura della stessa, così “…se non ci impegniamo ora sulla via della guarigione, moriremo, siamo già morti”. Non ultimo, incoraggia alla ricerca di un amore che abbia “la felicità come sua vocazione”.
A fine lettura ciò che resta è per me soprattutto il ritratto di un uomo in costante ricerca, animato da una benefica inquietudine, un intellettuale al quale il maggio francese lascia la sensazione spiacevole di essere contro la realtà ma di non desiderare una vita banale, che ha frugato “…febbrilmente in mille libri alla ricerca di quest’altra vita tramata di gloria, luce e felicità che ci era palesemente destinata…” cercando a tentoni tra le maglie di un’ignoranza a sua stessa detta smisurata.
L’autore racconta impietosamente della propria folgorazione per le droghe, estasi fragile e illusoria. E infine, ma senza finire nulla, l’incontro con un buddismo che i suoi compagni di lotta temevano come distacco dal reale, che forse allontana dalla solidarietà con gli oppressi, ma che a lui regala invece “il sentimento della contingenza del mondo e la coscienza acuta dell’ignoranza nella quale ci troviamo immersi fino al collo per una ragione che io ignoro…”. Dei tanti appellativi di Siddharta il preferito è “colui che raggiunge la meta” che fa centro, perché “prima della fine non ci si deve fermare, anche se si avanza di un solo millimetro in ginocchio”.
E in questo precipitare la terra torna a farsi sentire, risvegliandolo da quello che definisce ‘il crudele nirvana della droga’. Un ridestarsi sfinito, dolorante, abitato dal sogno insensato di superare la condizione umana, convinto addirittura che sarebbe stato facile…Nei momenti peggiori, quando le mie piaghe suppurano, ho la sensazione di non aver fatto un solo passo avanti. Ma in quelli buoni, quando riesco a rialzarmi, avverto di sfuggita una fiamma in fondo a me. Brilla di una vampa nera” E alla luce di questo ineffabile impasto di desolazione e fulgore brilla “un’inaudita
