The other language

Il primo grosso rimpianto che questo libro di racconti spalanca è nella traduzione del titolo che in originale recita: “The Other Language”. “To change your language you must change your life” (Derek Walcott) è infatti l’epigrafe di questa raccolta di racconti scritti da Francesca Marciano (più che mai incarnazione del nemo profeta in patria) non casualmente, in inglese e per un’emblematica vicenda letteraria, pubblicate prima nel mondo anglosassone che qui. Riflettendoci io avrei detto il contrario, che per cambiare la propria vita bisogna occuparsi prima di modificare il proprio linguaggio, ma a ciascuno il suo tragitto, percorso, angolatura o way che dir si voglia… L’autrice ha l’immenso pregio di parlarci del mondo, che si avverte da lei intelligentemente abitato. Con quel misto di naturalezza, curiosità e spaesamento che caratterizza spesso gli esuli, seppure più o meno di lusso, con “Isola grande isola piccola” regala uno spaccato asciutto e poetico di moderne dispersioni d’identità. “Disagio, sradicamento, frustrazione, alterità, depressione, insidiosa malinconia” le parole chiave, utilizzate invece con la confidenza che si avrebbe per un oggetto domestico e consunto. I suoi protagonisti che abitano o attraversano con deliberata precarietà diversi continenti, dall’India all’Africa, da Roma a New York sono indistintamente portatori di una diversità sensibile, delicata, intrisa di coraggio e solitudine, solidi e precari insieme, orgogliosamente incomprensibili a chi hanno di più caro. Emma la cui inclinazione per l’introspezione appare al marito tanto affascinante quanto aliena, Emma ignota anche a se stessa. E poi Pascal che “…soffriva di una particolarissima forma di cecità: non prendeva mai in considerazione gli ostacoli che avrebbero potuto minacciare i suoi progetti. Non era chiaro se la sua fosse una sorta di rimozione o invece un’elaborata tecnica per aggirare la realtà”. Sonia che, più di ogni altra cosa “vorrebbe poter entrare in una bolla, in una minuscola capsula di tempo dove non accade nulla, dove non è necessario prendere alcuna decisione”. Ruth che comprende come forse “…quello che un tempo chiamava ottimismo oggi si chiamerebbe rimozione”. Personaggi che, pur cercandosi continuamente, soffrono di costanti oscillazioni identitarie: Caterina che “…sentì qualcosa franarle sotto i piedi. Si trattava dell’inizio di una faglia che correva lungo una linea orizzontale, la crepa che l’avrebbe staccata dalla vita vissuta fino a quel momento… Non c’era nulla da temere: dopotutto tutti i grandi cambiamenti arrivano sempre così, senza preavviso, come le alluvioni e gli incendi”. E ancora Andrea che forse “… non è arrivato fin qui in cerca di avventure. Forse questo posto l’ha scelto per avventurarsi dentro di sé e non per espandersi, visto che tutto qui –la gente, le case, perfino la geografia- manca di bellezza e di splendore. Forse per lui è stato un sollievo trovare un posto dove rintanarsi in una vita più piccola, al riparo dagli occhi degli altri. Da tutte le nostre aspettative”. E ringrazio Francesca, che ho avuto il privilegio di conoscere brevemente come docente venti anni fa circa al Centro Sperimentale, per le sue fughe, la sua meravigliosa capacità zingara di ricordarci che il pianeta ha comunque un suo –seppur a volte asfittico- respiro fuori di qui e infinite –seppur comunque complesse- possibilità di reinventarsi, la saluto con l’anelito del suo Tyler: “…Ecco la cosa che doveva ritrovare, con cui riconnettersi: quella verità assoluta che è contenuta dentro ogni atto perfetto. Se solo fosse riuscito ad attingere di nuovo a quella fonte, allora sì che sarebbe stato salvo, sia come artista che come uomo”. Dunque salvezza sia, dentro e fuori di qui.

dicembre 6, 2018

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